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Il dirigente del nostro I.S.C. prof. Vermiglio
Ricci ha presieduto nel pomeriggio l'ultimo Collegio
dei Docenti.
Ha raggiunto infatti l'età della pensione e l'anno prossimo
non sarà più con noi.
Terminate le relazioni di fine anno scolastico,
il Preside ha voluto salutare il Collegio con poche
commosse parole, ricambiato a nome di tutti dalla Vicaria Andreina Mircoli.



Il prof.Cinì ha poi letto un breve testo, condiviso
dai professori, ricordando
gli anni trascorsi insieme a Pedaso:
Scuola Media Statale di Pedaso —
Giugno ‘05
SOLO UNA MINUTA, UNA BRUTTA
COPIA...
Relazione in forma di Saluto
"Se tu mi chiedi:che avete fatto
quest’anno?
Io preferisco non rispondere col
solito elenco di attività, cose, iniziative varie. Diciamo che, come sempre,
abbiamo cercato di portare la nostra vita dentro la scuola. Con quali
risultati?
Potremmo chiederlo a Simone,
seconda elementare. La maestra di sostegno non sapeva spiegarsi come un
bambino, ipercinetico da sempre, per così tanto tempo se ne stesse buono a
fissare la ruota del torchio e le stampine fresche d’inchiostro che uscivano
schiacciate da quei rulli. “Voglio capire dove sta il trucco”.
Forse il trucco migliore sta nel
non far capire che il trucco non c’è. Non c’è mai stato in questi nostri lunghi
anni di lavoro. Non è a te, di certo,
che io debba spiegarlo ma a chi ancora crede che l’uomo sia un teorema
dimostrabile, un’espressione algebrica da chiarire.
Lasciamoli pure ai complicati
calcoli, a loro abbiamo davvero poco da insegnare.
Noi, invece, facciamo un gioco.
Sul filo dei ricordi, aggrappati, in discesa, alla funivia del tempo. Quaranta
anni.
Da quando eravamo leggeri come
l’aria, nel profumo di acacie, sui saliscendi di Urbino, ad oggi e alla fatica
che ci costa abituarci al nuovo vestito che il tempo ci cuce addosso.
Diciamo, intanto, che ci abbiamo creduto
davvero.
Nel nostro lavoro, s’intende.
Tesori da tirar su dal fango. L’urlo di gioia e poi il disinganno.
Da curare con cataplasmi di erbe
e di parole. E ci piaceva tanto.
Stare coi ragazzi, un tempo, era
così facile, così pulito. Come nella scultura. Un lavoro a togliere.
Perché a forza di scavare, prima
o poi, nel forziere vedevi qualcosa di bello luccicare. E non era vetro.
Oggi no, oggi è più dura.
Ciò che togli in un baleno viene
sostituito da valanghe di letame sempre nuovo. Come ti spieghi diversamente
queste generazioni in cerca di sconfitte e di paure? Con bombolette da
combattimento nelle guerre notturne che le vede lottare, solo con uno spray,
contro il niente che le attraversa. Al mattino, poi, leggiamo sui muri le bandiere
ammainate della loro confusione.
Quante certezze abbiamo visto
sorgere e tramontare. E, oggi lo possiamo dire, forse eravamo avanti noi che ci
eravamo attardati per una lunga notte a dialogare con Socrate e il suo
pensiero. Non negare, però, che tante volte abbiamo congedato le giornate col
sapore della cicuta dentro la gola.
Avevamo bisacce troppo lise per
contenere la verità e tutti i suoi pesi…
Il nostro lavoro ci ha anche
insegnato la pazienza, la cautela, l’attesa prudente del ragno.
Ministri di turno, riforme, mode
sempre nuove, banderuole buone per tutte le direzioni. E poi pedagoghi facondi,
pieni di sicumera e di parole. Quelli che, diceva un allievo di don Milani, “i
bambini nemmeno li guardano in faccia perché tanto li conoscono tutti a
memoria”. Come figurine di carta in un catalogo-Panini sempre pieno.
Amiamo il giallo, noi, il colore
del sole e del grano, quand’è maturo sulle nostre colline. Ma non quello della
stagione presente che ti abbaglia e stordisce di luce. E’ più bello quello
degli anni passati, nei ricordi velati appena da un filo leggero di nostalgia.
Nostalgia.Luzi, Olcese, Casadio,
Bruscaglia, Ciarrocchi, Zigaina, Tonino Guerra. Ti dicono qualcosa questi nomi?
Diceva un nostro amico che da poco ci ha lasciati soli:
“Quello che ho fatto non conta,
io penso solo a quello che farò domani”.
Bene. Allora portiamolo fino in
fondo il nostro gioco. Questi quaranta anni non sono che una minuta, un
tentativo, una brutta copia da buttare accartocciata nel cestino. Perché da
domani faremo sul serio, vecchio mio!
Ho letto,l’altro ieri, la storia
di un antico signore che a Rabat, per finta, fa il ciabattino. Ma di nascosto e,
per poche lire, ti vende tutto il tempo che vuoi. E ce ne servirà tanto, sai.
Ci sono ancora colline piene di
reperti sotto il sole, universi sempre nuovi da scavare."
E' intervenuta poi la prof.ssa Sicari che
ha letto il Saluto ufficiale e consegnato un dono del
Collegio:
Monterubbiano 28
giugno 2005 Caro Preside, eccoci qui, in tono confidenziale, non a dirci
addio (sarebbe un po’ esagerato...), ma a salutarci nel
momento in cui le nostre vicende personali non sono più accomunate dal fattore
“scuola”; intendiamoci, non a parità di ruoli, perché lei finora è stato "
il capo" e noi i suoi “inferiori”, ma così
poco inferiori che mentre lo diciamo sorridiamo un po’ perché la sua cortesia,
la sua affabilità, il suo effettivo essere “primus inter pares”, inferiori non
ci ha fatto mai sentire, anzi, ci ha permesso di vivere e lavorare in un'
atmosfera che ci è piaciuta sempre, che non è stata mai pesante, né tanto meno
così insopportabile da dover sperare in un trasferimento per “mancanza di
ossigeno”...
 E’ per questo che c’è fra noi chi, pur non abitando a due
passi dalla scuola, non ha mai voluto abbandonarla e ora che il preside se ne
va, si sente un po’ orfano, quasi un pesce fuor d’acqua e così spera che passi
in fretta il paio d’ anni che lo separa dalla pensione.
Spesso a far
piacevoli i luoghi di lavoro non sono le belle strutture o le comodità, ma
l’umanità dei capi, quella rara capacità di capire che ciò che fa grande un uomo
è il sentirsi uomo come gli altri. E’ questo ciò che
lei, preside Ricci, è riuscito a fare: aver
considerazione dell’ altro come un essere degno di rispetto. Lo ha fatto con
tutti e nelle circostanze più disparate: da quella in cui si sorrideva insieme,
a quella in cui, nelle inevitabili croci della vita, qualche singolo o tutti
piangevano; lo ha fatto per primo con i ragazzi, di
ogni condizione e di ogni provenienza; con quelli che avevano problemi,
soprattutto con quelli, a cui teneva ancora di più; lo ha fatto con gli
impiegati, con i collaboratori scolastici, sia quelli di cui non disprezzava i
consigli, che quelli a dir poco “originali”; lo ha fatto con gli insegnanti che
ha trattato sempre da pari a pari, con i quali è stato sempre disponibile,
sempre comprensivo; che ha sempre gratificato nel lavoro, nei quali ha riposto
sempre grande fiducia; non per nulla gli ex colleghi che si sono trasferiti o
che sono già in pensione da anni, hanno di lei ancora un gradevolissimo ricordo.
“In trincea ci sarete voi”, le abbiamo sentito dire spesso all’inizio degli
anni scolastici; e lo sa bene cosa significhi essere in trincea (c’è stato anche lei, forse in tempi migliori...); sa
bene cosa significhi oggi lottare contro il nulla che avanza e che inghiotte con
voracità questi poveri giovani ormai senza guide senza punti di riferimento, se
non “Il grande fratello” o qualche insignificante
cantante o attore di grido...
Caro preside, quante volte ce le siamo
scambiate certe considerazioni noi cresciuti con l’educazione di allora? Quante
volte abbiamo ricordato quando a tavola non si sprecava
una briciola, o quando si baciava il pezzo di pane caduto in terra?... No, non
siamo vissuti prima del diluvio, e neppure siamo già così vecchi da considerarci
ormai sull’altra sponda; siamo soltanto quelli che furono educati a capire il
mondo, a comprenderne i valori, cresciuti con il “timor di Dio”, che oggi non si
dice più, che sa di muffa e di bigotto, ma che ha formato persone come lei che
agendo e operando hanno lasciato il segno; niente di grandioso, ma forse
eccezionale sì, in un mondo in cui è sempre più difficile trovare il dirigente
schivo che non vuole apparire e disdegna la lode; né tanto meno il capo che non
si lascia prendere la mano dall’eccessiva considerazione di sé. Ma sì,
diciamocelo: abbiamo passato dei begli anni insieme e tutti noi siamo stati
fortunati ! Ed anche se qualche rara volta c’è stata
divergenza di opinioni e magari ci siamo arrabbiati, è
durato poco e tutto è passato subito... come nelle
migliori famiglie!
E infatti, di una famiglia si è
trattato. Si ricorda le cene insieme sul mare al chiar di luna? Non
fraintendano i giovani colleghi : eravamo in trenta!
E le polentate al baccalà, sulle spianatoie di
legno? E le fave col formaggio ed il salame e le ciliegie?... No, non stiamo scadendo nel banale: non siamo stati
mica i soliti “compagni di merende”! E’ che ci è
piaciuto ritrovarci insieme, godere della nostra vicendevole compagnia perché
c’era sempre quel “quid” che ci dava il gusto di sentirci uniti e tutto era
fatto per passare qualche ora in amicizia, al di là delle gerarchie e delle
formalità. E nel ricordo di ciò che è stato, che forse al momento
non abbiamo afferrato appieno, ma che abbiamo apprezzato dopo, ci sentiamo un
po’ malinconici, ma solo al pensiero di come scorre veloce la vita che non si
lascia mai completamente vivere e a volte si fa rimpiangere. E’ l’essenza stessa
della nostra esistenza che fluisce e passa come l’acqua del fiume, finché non
arriva al suo mare. E se ora sembra tutto finito,
se il capo che ci aggregava se ne va, siamo sicuri che non sarà un distacco per
sempre, sappiamo che ci rivedremo, che di nuovo chiacchiereremo, mangeremo e
berremo insieme, ci racconteremo delle nostre vite e perché no, sorrideremo al
futuro, al tempo che ci sarà donato e che al nostro preside auguriamo felice e
molto lungo, sereno e in buona salute affinché nei giorni che verranno egli
possa ricordare con piacere gli anni in cui, ancora giovani e vigorosi,
lavoravamo e faticavamo insieme.
Con vera gratitudine e
affetto.
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